Biografia

 

INDICE

 

Gli inizi

Michele Viterbo nasce a Castellana Grotte (Bari) l’8 ottobre 1890 da un’antica famiglia con tradizioni risorgimentali a partire dai moti antiborbonici del 1799. Marco Lanera, nel suo Profilo biografico di Michele Viterbo così scrive: «La formazione famigliare di Michele Viterbo fu schiettamente ispirata agli ideali del Risorgimento d’Italia, dietro l’esempio del padre, garibaldino di Mentana. La passione fu quindi essenzialmente civica e patriottica; ma presto arricchita da una viva e operante componente sociale. Egli si accorgeva benissimo, ancora molto giovane, che l’opera del Risorgimento esigeva di  venir completata, mediante il riscatto delle plebi (soprattutto meridionali)  che giacevano nella più totale profonda abiezione,  per colpa anche della ottusa classe dirigente che del programma risorgimentale aveva colto soltanto talune conseguenze economiche». Nel Dizionario biografico della Treccani, alla voce Michele Viterbo, Raffaele De Leo così integra questa descrizione: «In tale contesto Viterbo maturò una giovanile adesione al mazzinianesimo, i cui temi portanti concorsero in modo rilevante alla definizione del suo profilo culturale».

All’età di 15 anni inizia a collaborare come corrispondente da Castellana sul Corriere delle Puglie, La Vita di Roma e Il Mattino di Napoli diretto da Matilde Serao, firmando con le sole iniziali o servendosi di pseudonimi (“Ego”, “Doctor”, “Lear”, ecc.) oppure non firmando affatto. Nel dicembre del 1906 il Corriere delle Puglie pubblica in prima pagina il suo primo articolo dal titolo Contadini, agricoltura e colonizzazione interna.1 «In esso – scrive Nicola Coropulis – il giovane Viterboavvertiva come la questione meridionale fosse essenzialmente questione di educazione e di cultura».

Nel 1910 inizia una collaborazione, che durerà molti anni, con Il Giornale d’Italia.

Nel 1909 fonda con Alfredo Violante,2 scomparso in Germania in prigionia nel 1945, una rivista intitolata Puglia Giovane che, dopo le elezioni di quell’anno, pubblica una documentazione dei brogli e dei soprusi con cui molti deputati avevano vinto la lotta politica in Puglia.

Due anni dopo fa rappresentare una commedia in tre atti, La moglie del prefetto, che è una satira sulle concezioni politiche ed elettorali del tempo.

Proprio per contrastare questi sistemi, combattere il conformismo prefettizio e ministeriale,  promuovere i pubblici interessi (la “massa” non si è ancora mossa e il governo Giolitti ha da poco approvato il tanto atteso suffragio allargato che porta gli elettori di Castellana da 850 a 3000) il Nostro fonda, nel 1913, l’Associazione “Pro-Castellana”.

I maggiori problemi del luogo vengono discussi con gli amministratori locali in comizi e pubblici dibattiti a cui partecipano soprattutto, con vivissimo interesse e per la prima volta, le fasce sociali più umili (contadini e piccoli artigiani) con la collaborazione anche delle donne. Risultato: l’Associazione, dopo un anno, conta più di 600 soci e nelle elezioni amministrative del luglio 1914, con una propria lista, vince con 900 voti di maggioranza. Per tutta la durata del successivo mandato, l’Amministrazione municipale si incontra ogni mese con i soci della “Pro-Castellana” per rendere conto dell’opera svolta. Raffaele De Leo, nel Dizionario biografico, definisce l’esperienza della Pro-Castellana: «significativa espressione del municipalismo democratico…».

Durante la Prima guerra, la stessa Associazione dà vita al “Comitato di assistenza civile e morale”, che svolge lodevole opera per alleviare le sofferenze delle famiglie dei soldati al fronte.

«Viterbo», commenta Raffaele Colapietra nella sua relazione dell’aprile 1987 (vd. nota 8), «attraverso il sodalizio con Violante e Pesce, e la fondazione di “Puglia giovane” [trova] una collocazione politica e culturale ben precisa nell’ambito della sinistra democratica antigiolittiana meridionale». Francesco Francavilla, nel suo Michele Viterbo nell’album di vita pugliese del 1973, scrive: «per alcuni suoi articoli comparsi su qualche giornale, chi lo disse socialista e chi repubblicano…». Raffaele De Leo, nella sua presentazione, così si esprime: «Negli stessi anni un crescente interesse per le condizioni e le lotte dei contadini lo avvicinò agli ambienti del movimento socialista barese e a figure come Giovanni Colella e Giuseppe Di Vagno, con i quali entrò in rapporti amichevoli». Nello stesso periodo Viterbo è assiduo collaboratore del settimanale di orientamento antigiolittiano  Humanitas, diffuso in tutta Italia e diretto dal repubblicano Piero Delfino Pesce, nonché della Rassegna Pugliese di Trani, della Rivista Popolare di Napoleone Colajanni, e, nel 1921-1922, de Il Mondo di Giovanni Amendola, della Critica Politica di Oliviero Zuccarini, de La Voce di Firenze, fondata da Giuseppe Prezzolini che il Nostro conosce a Roma a guerra finita.

 

Gaetano Salvemini e Giustino Fortunato

Sulla “Pagina Meridionale” del Giornale d’Italia prende contatto dialettico con Gaetano Salvemini con articoli di argomento scolastico.3

Risale al 26 marzo 1912 la prima lettera che Salvemini indirizza a Michele Viterbo:4 «Nel Suo articolo – scrive Salvemini – l’opera mia è discussa con serenità e onestà d’intenti. Ella …  non ha voluto rendere servigio a nessun politicante, insultando a sangue freddo me. Ella non gonfia le gote in nome di nessuna classe oltraggiata, non si aderge a vindice autorizzato di nessuna dignità offesa … Ella è un uomo di buona fede e di buona volontà». «È l’inizio, commenta Aldo Vallone, dantista e storico della letteratura,  di una collaborazione a distanza». Con altre lettere Viterbo viene sollecitato da Salvemini a scrivere su L’Unità, settimanale da lui fondato e diretto, di propaganda antiprotezionista per i maestri, di problemi elettorali nella provincia di Bari, del Consorzio dell’Acquedotto pugliese, del programma agrario in Puglia, ecc.5

Il rapporto fra i due, tra alti e bassi, dura fino al 1924 (vd. p. 146 del Diario). Nell’ultima scoraggiata lettera inviata da Gaetano Salvemini a Michele Viterbo si legge: «Quanto Ella mi scrive delle condizioni della provincia di Bari non mi sorprende. Dopo trent’anni d’esperienza, mi sono convinto che quello è un terreno di estrema difficoltà: forse il più difficile terreno che ci sia in Italia. E vorrei ingannarmi: ma temo non ci sia nulla da fare per chi vuole lavorare onestamente in un ambiente dove la furberia e la camorra dominano arcane, e la gente onesta si chiude nella vita privata». Allorché il 6 settembre 1957 il fervente meridionalista scompare, Luigi de Secly, direttore della Gazzetta del Mezzogiorno, si rivolge a Michele Viterbo perché prepari lui, che l’aveva ben conosciuto, il “pezzo” da pubblicare sul giornale del giorno dopo.6 Nel Consiglio provinciale di Bari Michele Viterbo lo ricordò con queste parole: «Sono tra i pochi di questa aula che hanno avuto dimestichezza di rapporti con Gaetano Salvemini, del quale conservo molte lettere dal 1924 in poi. Non appartengo a quelli che rinnegano se stessi, sono stato politicamente contrario a Salvemini, ma riconosco il suo valore come storico e meridionalista».

Più o meno negli stessi anni (le lettere risalgono al periodo 1917-1919) Viterbo entra in corrispondenza, osserva sempre Vallone, con «un’altra voce accorata», Giustino Fortunato. L’uomo politico così scrive il 13 febbraio del ‘17 a Michele Viterbo: «Io ammiro il suo amore ai problemi riguardanti la nostra povera regione natale. L’ammiro e plaudo. Ma perdoni a un pessimista: Ella vede troppo roseo».7

Aldo Vallone, nel suo commento dell’aprile 1987 alla «significativa corrispondenza» dal titolo Michele Viterbo attraverso le lettere inedite di Gaetano Salvemini e Giustino Fortunato,8 così sintetizza questo similare rapporto letterario: «Sembra che poco ci sia di comune tra il giovane pugliese, che non ha ancora trent’anni, e il grande uomo politico assai innanzi negli anni: eppure v’è un legame strettissimo, non dissimile, sotto questo aspetto, da quello che si era stabilito con Salvemini: il meridionalismo, la passione per la propria terra, la piccola patria che non si trova nella grande nazione ritrovata…».

Il primo successo oratorio del lontano 4 luglio 1907 (vd. p. 270 del Diario) – quando Michele Viterbo non ha ancora 17 anni – precede di poco l’edizione a stampa  della medesima conferenza: Nel centenario di Garibaldi. La seconda monografia (1908), Discorso per il XX Settembre, anch’essa ricavata da una conferenza, è dedicata al padre volontario garibaldino nella battaglia di Mentana del 1867.9 Le altre pubblicazioni, non tutte qui elencate, sono successive di qualche anno a queste prime due: Castellana nel Risorgimento nazionale; Castellana e le alluvioni attraverso i secoli; I problemi della Puglia nell’ora presente; I trulli di Alberobello e la loro storia; La tradizione pedagogica meridionale e Nicola Fornelli; Giuseppe Massari; Pietro Palumbo; Il Mezzogiorno e la legge Daneo-Credaro; Gli operai e la Patria; Un milite pugliese di quattro rivoluzioni: Raffaele Netti; L’avv. Ignazio Leone; Un pioniere delle industrie e seminatore di bene: Saverio de Bellis, ricavato da un discorso commemorativo tenuto dal Nostro a Castellana il 29 aprile 1919 e ristampato ancora nel 2006.

 

La I Guerra mondiale

La guerra mondiale segna l’ora della grande illusione italiana. «Il maggio radioso, scrive Francesco Francavilla (op. cit.), non lo vide, pur essendo convinto della “necessità” della guerra, tra gli scalmanati propagandisti dell’intervento…» e Raffaele Colapietra così conferma nella sua già citata relazione (vd. nota 8): «… quel giovane non si è lasciato travolgere dalla ventata interventista a cui pure ha criticamente aderito … ». «Ebbe, continua Nicola Coropulis (vd. nota 1), per pochi mesi l’opportunità di vivere la drammatica esperienza in prima linea. La bellissima “Lettera dal fronteè un eccezionale documento di questa esperienza fatta di eroismo come di morte, di nobili idealità come di enormi sacrifici».

Il Nostro è in trincea la prima volta nel 1916 sotto Pedescala in Val d’Assa, tra i monti Cengio e Cimone, con il 145° Fanteria, e si guadagna la Croce di guerra. Poi, dopo la presa di Gorizia, viene trasferito prima a Topogliano e poi dislocato all’infernale Quota 144, ove la furia nemica investe il suo reparto. «Anche la mia famiglia», scrive, «ha tre di noi al fronte e, come tante famiglie italiane, paga il suo tributo alla prima guerra mondiale. Il più giovane, Oronzino, muore nel 1917 in Albania».10

Per malattia contratta al fronte (sarà congedato col grado di capitano) viene chiamato a Roma a far parte dell’Istituto Storiografico di Stato Maggiore, in collaborazione con Giovanni Borelli, Giuseppe Prezzolini, Giovanni Marchi e altri studiosi e intellettuali. «In un vero ambiente culturale», commenta lo stesso Viterbo. Qui conosce il Maresciallo d’Italia Armando Diaz, al quale, dopo una breve corrispondenza, nel settembre 1937, da podestà di Bari, farà erigere un monumento sul Lungomare (vd. pag. 92 del Diario).

 

La “questione meridionale” e il “decentramento”

Dal 1913 in poi pubblica decine di articoli sulla “questione meridionale” e sul “decentramento”. La questione meridionale alla vigilia del suffragio allargato. Pagine di propaganda e di battaglia, edito da Humanitas, merita il giudizio favorevole di Fortunato, Salvemini e Colajanni, e contribuisce validamente alla difesa degli interessi regionali.

L’altro saggio del 1920, Un problema nazionale: il decentramento, con prefazione del ministro P. Chimienti, edito dalla Treves di Milano, viene molto apprezzato e raggiunge una considerevole tiratura. Dello stesso anno è Nazione giovane, ordinamenti vecchi, pubblicato sulla rivista Conferenze e Prolusioni di Torino. Nel 1923 è ancora uno scritto sugli stessi temi, Il Mezzogiorno e l’accentramento statale, a documentare le gravi sperequazioni a danno del Sud Italia. Il volume, edito da Cappelli di Bologna, è commentato favorevolmente dalla stampa di ogni colore: da Tommaso Fiore su La Rivoluzione liberale a Sergio Panunzio su Critica Fascista.

Nel 1927 è la volta di Politica del lavoro nel Mezzogiorno (collana “Politeia” di Roma), considerato anch’esso con favore e ampiamente recensito.

 

Il meridionalismo concreto e maturo

«In quello stesso periodo, scrive Coropulis, Viterbo si segnalava come uno dei più vivaci ed acuti protagonisti della battaglia meridionalistica, alla luce dell’ingresso delle masse contadine del Sud nella vita pubblica nazionale che la guerra aveva realizzato». L’impegno per una effettiva modernizzazione dell’economia e della giustizia sociale per le “plebi”, il problema agrario in Puglia, i tanti articoli, oltre ai volumi già citati, avallati dalle opere pubbliche ricordate più avanti e che via via per iniziativa del Viterbo si stanno, di fatto,  realizzando, lo rendono espressione di un «meridionalismo concreto e maturo».

 

Monografie e opuscoli

Nel 1915 il Nostro ha intanto presentato, dopo la pubblicazione in cinque puntate sul Corriere delle Puglie, la storia di un losco figuro: Un bandito pugliese del XVIII secolo: “Scannacornacchia”. Il volumetto, ormai da decenni introvabile, è stato ripubblicato in tiratura limitata nel 2005.

Notevole è il numero delle monografie e degli opuscoli, editi dal 1916 al 1922, che in parte si citano: Tre precursori: Imbriani, Bovio, Cavallotti; Uomini di Puglia: Andrea Angiulli, Sigismondo Castromediano, Giuseppe Massari; Matteo Renato Imbriani e l’ora presente; Uomini di Puglia: Luigi Pinto, quest’ultimo concittadino del Viterbo, come lo stesso Andrea Angiulli; Quattro riformisti: Bissolati, Bonomi, Turati, Treves, sulla crisi del socialismo italiano e, ancora nel ‘24, dopo averlo trattato l’anno precedente, Sidney Sonnino, che è lodato per l’equanimità del giudizio storico e in seguito tradotto in cecoslovacco, mentre Quattro riformisti: Bissolati, Bonomi, Turati, Treves è tradotto in francese. Del 1922 è Un grande storico di Puglia: Domenico Morea che, nel 1962, viene ancora pubblicato nel primo centenario del liceo ginnasio di Conversano intitolato proprio a Morea.

 

Dal Corriere delle Puglie alla Gazzetta del Mezzogiorno

Michele Viterbo, come è stato accennato all’inizio, collabora con il Corriere delle Puglie , poi la Gazzetta di Puglia e, in seguito, La Gazzetta del Mezzogiorno dall’ottobre 1905 al luglio 1943 e, come vedremo, con lo pseudonimo di Peucezio, dall’agosto 1950 in poi, scrivendo oltre 1500 articoli (l’inventariazione è ancora in corso) soprattutto di carattere storico ed economico-sociale.

Dal 1925 al 1931, per conto della Gazzetta e della Camera di Commercio Italo-Orientale, cura con Sante Cosentino l’inserto quindicinale de La Gazzetta di Puglia, intitolato “Le Vie dell’Oriente”, con articoli di carattere economico-statistico-commerciale che sostengono gli scambi con i Paesi balcanici e dell’Oriente mediterraneo. Dal luglio 1927 alla fine del 1939 si occupa, ancora con Sante Cosentino, della Gazeta Shqipëtare, edizione albanese del quotidiano di Bari, con articoli che pubblicizzano i prodotti italiani e ne incentivano il commercio.

 

L’Ente Pugliese di cultura popolare

Alla fine del 1923 Viterbo ha, nel frattempo, fondato l’Ente Pugliese di cultura popolare e di educazione professionale,11 che dirige sino al 1944. L’Ente – «deputato a portare fra le masse quell’istruzione che le “cosiddette classi dirigenti” negavano loro, commenta Coropulis – realizza soprattutto nelle zone ancora infestate dalla malaria o nelle campagne più disagiate e lontane dai centri abitati della Puglia e della Basilicata – regioni sprovviste di opere educative – più di mille scuole12 di ogni tipo (rurali, serali, materne, professionali ecc.) per i figli dei contadini, contadini adulti, artigiani e operai privi, il più delle volte, di qualsiasi genere di istruzione. Queste scuole, dette “provvisorie”, vengono per lo più distribuite in masserie, capanne di pastori, cappelle rurali e in ogni angolo ove fosse possibile radunare i ragazzi.

«Le scuole furono spesso visitate da medici e in quasi tutte si provvide alla refezione calda quotidiana, oltre che alla distribuzione di indumenti e scarpe… Ovunque vi fosse una popolazione sparsa giunse l’opera dell’Ente Pugliese di cultura», rileva Ernesto Bosna nella sua relazione dell’aprile 1987 dal titolo L’opera di Michele Viterbo in favore della cultura popolare in Puglia (v. nota 8). «Ma non era soltanto della istruzione che avevano bisogno questi bambini, spesso allevati allo stato selvatico»… «I problemi non erano soltanto educativi ma igienici, sanitari, assistenziali, economici… per cui la scuola, scrive Bosna, fu concepita da Michele Viterbo, come un piccolo centro di attività varie il cui benefico effetto doveva giungere anche agli adulti, i quali nelle ore serali si sostituivano nei banchi ai bambini».

«Ma un tale impegno, è sempre Bosna che scrive, non era giudicato ancora esaustivo delle necessità, per cui Michele Viterbo si propose di andare ancora oltre e pensò a corsi di cultura turistica…, a scuole di canto corale, di meccanica, di disegno d’ornato, di lavorazione degli arazzi, per motoristi, per trivellatori per la piccola irrigazione, di lavorazione del marmo, di taglio e cucito, di intaglio e ancora: di ricamo, di decorazione, di maglieria, per la lavorazione della cartapesta, investendo ormai tutta la regione da Apricena a Gallipoli, da  Crispiano a Minervino con attività sempre crescente che neanche i tanto onerosi gravami amministrativi, che nel frattempo andava assumendo, fecero rallentare; anzi, al contrario, proprio le importanti cariche amministrative che ricoperse gli permisero di essere ancora più incisivo nella sua opera di promozione della cultura popolare e di impulso della economia pugliese». Si trattò, scrive Fantasia, dello strumento più qualificato per la lotta all’analfabetismo e per la formazione artigianale capillarmente diffusa nei comuni, nelle frazioni e nelle campagne.

Al termine della sua esperienza, Michele Viterbo, in Dagli ultimi re borbonici alla caduta del fascismo, così conclude: «Nel complesso le scuole rurali e serali, gli asili d’infanzia rurali, i corsi per maestranze e le scuole artieri, fondati dall’Ente nel corso di venti anni, hanno costituito un innegabile apporto alla educazione del proletariato pugliese e lucano. Quello è stato il contributo che, con l’ausilio di competenti collaboratori, io ho potuto dare al problema di migliaia e migliaia di alunni che si sono avvicendati nel tempo frequentando le “scolette” dell’Ente Pugliese di cultura».

 

I riconoscimenti del Ministero della Pubblica Istruzione

Il Ministero della Pubblica Istruzione, allora Educazione Nazionale, che già nel marzo 1923 ha conferito a Michele Viterbo la Medaglia d’argento (vd. nota 3), nel settembre 1927 lo premia con la Medaglia d’oro13 «per gli eminenti servigi da lui resi alla causa dell’educazione del popolo creando e incrementando l’Ente pugliese di cultura», che viene anch’esso premiato per le sue «imponenti realizzazioni» con la Stella d’oro al merito della Scuola e indicato quale esempio in tutta Italia (vd. p. 99 del Diario). Nel giugno 1966, quasi a quarant’anni di distanza, Michele Viterbo viene premiato con un’altra Medaglia d’oro dal Ministero della Pubblica Istruzione quale «benemerito della scuola, della cultura e dell’arte».

 

La Camera di Commercio Italo-Orientale

Nel gennaio 1924 Michele Viterbo promuove la costituzione della Camera di Commercio Italo – Orientale d’intesa con la Camera di Commercio ordinaria, presieduta da Antonio de Tullio che diviene presidente anche della nuova Camera.

Viterbo è nominato segretario generale e cura sin dall’inizio, con scarsissimi mezzi economici come era avvenuto per l’Ente pugliese, l’organizzazione della nascente entità. In seguito diverrà direttore generale e, dal 1939 al 1943, presidente.

Mario Dilio nel suo volume “Fiera del Levante” scrive: «In quell’epoca Viterbo era forse l’unica persona a Bari che aggiornava costantemente le statistiche sul commercio estero dell’Italia e sull’apporto della Puglia al movimento di export». Tre anni dopo la sua costituzione l’Ente camerale ottiene la promozione a Ente morale e giuridico, «predisponendo altri importanti scopi e maggiori riconoscimenti», divenendo così la prima Camera di commercio mista (con Comune e Provincia) di tutta Italia.

L’iniziativa di far sorgere la Camera di Commercio Italo-Orientale si realizzò – scrive Giuseppe Liantonio in un suo articolo intitolato “Il contributo di Michele Viterbo all’economia del Mezzogiorno” – «in un momento di transizione per l’economia del nostro Paese e di molti Paesi orientali… Bari era in una posizione di privilegio nei riguardi dei mercati orientali ed aveva bisogno di creare strumenti adatti per la ripresa degli scambi con i mercati levantini cui era legata da antiche relazioni. Tale importante funzione si proponeva di assolvere appunto la Camera di Commercio Italo-Orientale, che impostò la sua azione su due particolari direttrici: quella degli studi e quella della informazione… L’ente perciò approfondì lo studio delle esigenze attuali dei vari Paesi e si rese conto della necessità che attraverso Bari fossero intensificate anche le correnti di scambio delle altre regioni italiane, specie quelle del nostro retroterra meridionale. Perciò, mentre si interessava per aprire nuovi mercati verso l’Oriente europeo alle nostre primizie, svolgeva indagini per promuovere le esportazioni dei prodotti industriali italiani, più richiesti sui mercati levantini».

Furono istituiti specifici corsi annuali per preparare «un agguerrito manipolo di viaggiatori di commercio» ad una non facile battaglia di espansione mercantile. Il primo di tali fondamentali corsi, in cui tra l’altro vennero tracciate le linee guida future, «fu inaugurato in presenza di tutte le autorità locali», ricorda Liantonio, nel 1927 da Michele Viterbo. Si procedette con l’insegnamento delle lingue parlate nei territori dell’Est dove sarebbero stati inviati i rappresentanti di commercio e cioè: albanese, serbo-croato, greco moderno, arabo-egiziano, oltre all’inglese e al tedesco. Furono creati uffici di corrispondenza, ampiamente reclamizzati, persino in Finlandia, India e Giappone. Si riuscì ad ottenere il sostegno e la collaborazione delle rappresentanze diplomatiche e commerciali all’estero. Si tennero incontri con i maggiori importatori ed esportatori nei Paesi ove gli stessi operavano.

«Alla organizzazione degli uffici della Sede di Bari era seguita subito quella di una fitta rete di corrispondenti in tutta la zona compresa nella sfera di attività dell’ente barese, … che… andò rapidamente estendendosi… Tali rappresentanti avevano il compito di segnalare notizie e provvedimenti che potessero interessare il commercio italiano e fornire nominativi ed informazioni necessarie per evadere le numerose richieste, che pervenivano alla Sede di Bari da ogni regione d’Italia… Questa attenta analisi di mercato…, dice Liantonio, mise l’ente in condizione di predisporre elenchi di importatori ed esportatori, che… furono raccolti in fascicoli, arricchiti da note illustrative sulle loro caratteristiche economiche…».

Michele Viterbo, ricorda Dilio, svolse anche l’incarico, ricevuto dal Comitato promotore, di preparare la prima relazione sui criteri organizzativi da adottare al sorgere della futura Fiera e, soprattutto, di elaborare la bozza dello statuto del nascente organismo. «Operando, precisa De Leo, come segretario, poi direttore generale, Viterbo pose le basi per un’ulteriore realizzazione tesa a garantire una proiezione internazionale al Mezzogiorno: La Fiera del Levante».14

 

La Fiera del Levante

Lettera inviata da Michele Viterbo al presidente della Fiera del Levante il 31 agosto 1972 (Archivio Viterbo).

Caro e chiar.mo Presidente,
Lei mi ha inviato anche quest’anno due biglietti per la Fiera, nella mia qualità di ex Consigliere di amministrazione della stessa.
In effetti tenni questa carica, in rappresentanza del Consiglio Provinciale, dal 1956 al 1960.
Ma io sono stato fra i pochissimi fondatori della Fiera del Levante e La prego di prenderne atto.
Della Fiera si cominciò a parlare quando, nel 1924, facemmo sorgere la Camera di Commercio Italo-Orientale, che la precorse. Costituimmo un Comitato permanente per la prima organizzazione della Fiera, Comitato che si adunava tutte le domeniche presso la Camera di Commercio. Presidente era Antonio De Tullio, ed io fui segretario generale.
Era nostro assiduo collaboratore il dott. Sante Cosentino.
Visitai con ogni attenzione, in nome di questo Comitato, le Fiere di Milano e di Padova nel 1925, ne trassi utili insegnamenti e ne riferii al Comitato stesso. Cosi gettammo le basi della Fiera, per la quale – bisogna dirlo – l’ambiente pugliese in genere era da principio alquanto scettico.
Conservo un’ampia documentazione sul febbrile lavoro del quinquennio 1924-29. Mie conferenze e discorsi a Genova, Roma, Milano, Napoli; pubblicazioni; articoli; relazioni a congressi e convegni; verbali di adunanze; lettere del De Tullio; articoli e lettere di Di Crollalanza: tutto ho conservato. E mi accorgo che è giunto il tempo di avvalermi di questo materiale, visto che si vuole perseverantemente passare la spugna sull’azione di quegli anni di preparazione, della quale, anche individualmente, ho ragione di onorarmi.
Bisognava intanto provvedere al finanziamento della Fiera, giacché il milione accumulato con chiaroveggenza, attraverso gli anni, dalla Camera di Commercio non bastava a nulla. Proposi pertanto all’Amministrazione Provinciale di cui facevo parte, nello stesso anno 1925, uno stanziamento di due milioni. Purtroppo il Comune di Bari non potette fare altrettanto, non avendo la sovrimposta libera; tuttavia (era Commissario il comm. Ferorelli) deliberò di contrarre un mutuo per concorrere al finanziamento.
Ebbe concreti risultati la mia partecipazione al Congresso Nazionale di Napoli del 1926, presieduto dall’ex ministro Arlotta, personaggio allora autorevole, a cui intervennero moltissimi deputati, senatori e sindaci del Mezzogiorno, inclini ad aderire alla proposta, presentata dalla Camera di Commercio partenopea, e caldeggiata proprio dall’Arlotta, di avere un’unica Fiera meridionale, a Napoli. Ricordo che mi misi d’accordo con l’on. Restivo – deputato di Palermo e padre dell’ex Ministro della Difesa e dell’Interno – e insieme ci opponemmo alla proposta della “unicità” della Fiera napoletana, riuscendo a far votare un ordine del giorno a favore della Fiera del Levante, che per noi baresi fu in certo senso risolutivo. Ero il solo rappresentante di Bari presente, perché i nostri senatori, deputati e rappresentanti dei vari Enti erano tutti impegnati a Bari per la visita del Segretario del Partito, Farinacci.
Divenuto nel 1927 Preside della Provincia, ed essendoci in commissione – De Tullio, Di Crollalanza, Larocca, Gorjux, Ferorelli ecc. – recati dal Direttore Generale del Banco di Napoli on. Frignani, per domandargli un finanziamento di sei milioni a nome del Comune, della Provincia e della Camera di Commercio, avemmo una cortese ma amara risposta negativa, motivata dal fatto che il Comune di Bari, con la sovrimposta vincolata, non offriva le garanzie richieste dalla legge.
Allora fu la Provincia, da me rappresentata, a sostituirsi al Comune di Bari, e solo così fu ottenuto il mutuo in base al quale sorse la Fiera. La deliberazione dell’Amministrazione Provinciale (impegnativa per sé e per il Comune) mi procurò qualche critica in seno al Rettorato Provinciale a cagione appunto della garanzia offerta a Bari, ma soprattutto perché lo scetticismo sulla Fiera era diffuso più di quanto non si credesse.
Costituitosi il primo Consiglio amministrativo della Fiera, fui designato quale Vice Presidente a fianco del De Tullio Presidente e tale carica ricoprivo quando la Fiera fu inaugurata, nel settembre 1930. La ricoprii pure dal 1935 in poi, essendo Presidente Antonio Larocca.
Tutto questo, caro Presidente, Le chiarii un giorno per telefono, e mi auguravo che Ella quest’anno rivedesse i suoi criteri e non mi inviasse i due biglietti quale Consigliere negli anni 1956-60.
Pertanto mi affretto a restituirglieli, con molti saluti.
Michele Viterbo

 

L’iscrizione al Partito fascista

Michele Viterbo fino al 1922 è iscritto al Partito socialista riformista  (vd. pag. 72 del Diario) «egli non esitò, scrive Nicola Coropulis, a schierarsi contro gli agrari, che pure erano il nerbo del potere fascista e, in un articolo apparso sulla Gazzetta di Puglia del 20 dicembre 1924 dal titolo Classe dirigente, ad accusarli di ‘oziare e accumulare e nient’altro‘, perpetrando situazioni non molto dissimili da quelle feudali». Ma è più corretto riportare quanto scrive in proposito Michele Viterbo nel suo Diario a pagina 98 «sino al 1924 non avevo eccessiva simpatia per il passato regime (ancora in pieno periodo Matteotti avevo scritto articoli contro i ministri fascisti De capitani d’Arzago e Oviglio) in quanto detestavo, come ho sempre detestato, ogni forma di violenza, di abuso, di prepotenza, di sopraffazione. e queste preoccupazioni si allacciavano al problema della libertà individuale. Diffidavo di tanti fascisti che nel passato, al tempo dei “mazzieri”, erano stati strumento dei vari governi in diversi comuni del Barese. nelle elezioni politiche del dicembre di quello stesso 1924 fui insistentemente pregato di entrare in una lista fiancheggiatrice, come una volta si diceva, e per evitare che di Crollalanza, allora segretario federale, Panunzio e altri amici di vari comuni mi trovassero e riuscissero, insistendo, a comprendere il mio nome, mi allontanai da Bari. Per inciso dirò che tutti i candidati di quella lista furono eletti. successivamente però i progetti e le realizzazioni nella politica sociale che ponevano l’Italia ai primi posti nel mondo (vedi l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, il Dopolavoro, i Consigli tecnici o Gruppi di competenza), la più ferma e incisiva politica estera, l’orientamento antiplutocratico contro le sopraffazioni del capitale, i discorsi e i programmi di Mussolini, facevano apparire questo “nuovo mondo” così diverso dal precedente parlamentarismo. Così, quando nel maggio del ‘25 la sezione di Castellana mi iscrisse d’ufficio al partito, io accettai anche per un’altra valida ragione: continuare ad interessarmi dei due enti che nel frattempo avevo creato a bari, e cioè l’Ente Pugliese di Cultura Popolare e la Camera di Commercio Italo-Orientale… Queste istituzioni, senza la mia adesione al fascismo, non avrebbero potuto avere un futuro facile».

 

Le realizzazioni della Provincia di Bari

Dal 1927 Viterbo viene nominato regio Commissario della Provincia di Bari e poi, dal 1929 al 1931, Preside della stessa Istituzione.15

A questi anni sono legate le maggiori realizzazioni, elencate tutte da Fantasia nella sua relazione dell’aprile 1987, dal titolo Michele Viterbo amministratore della Provincia di Bari (vd. nota 8): Università, costruzione di vari istituti scolastici (tra cui il Giulio Cesare e il Convitto nazionale) soprattutto per rendere disponibile il palazzo dell’Ateneo destinato all’Università; Fiera del Levante, Pinacoteca Provinciale, Campo di aviazione di Palese, Consorzio per la bonifica del Locone, ospitato nei primi tempi, e pur di farlo iniziare ad operare, negli uffici della stessa Amministrazione provinciale e che «fu il punto di partenza, scrive Fantasia, per la redenzione di quelle terre allora afflitte dal flagello della malaria»; apertura di molte vie di comunicazione, tra cui la via della “Rivoluzione”, concepita per avvicinare a Bari Castel del Monte e la Murgia di Minervino; restauro di antichi monumenti, come Castel del Monte, con il nuovo e caratteristico viale turistico “Apulia”, che fa da cintura al maniero, e l’allora cadente chiostro del Monastero benedettino di Conversano; i primi dispensari antitubercolari come quelli di Molfetta e di Putignano, realizzato, quest’ultimo, con l’acquisto della Villa Romanazzi. Insomma, un numero imponente di necessarie opere pubbliche eseguite senza aumentare la tassazione.

Matteo Fantasia, presidente della Provincia di Bari dal 1962 al 1970, così scrive: «Si trattò davvero di un ritmo impressionante di realizzazioni che fecero in quegli anni di Bari una vera metropoli…» e definisce quel periodo «l’età d’oro della provincia e della città di Bari».

«Sorprende pertanto», non può non rilevare Fantasia, «come improvvisamente, nel gennaio 1931, Viterbo rassegnasse le dimissioni, quasi a metà percorso del suo mandato…».16

 

Presidente del CdA della Gazzetta del Mezzogiorno

Michele Viterbo è stato Presidente del Consiglio di amministrazione de La Gazzetta del Mezzogiorno dal novembre 1933 a fine marzo 1940. Nel volume postumo Dagli ultimi re borbonici alla caduta del fascismo, così Michele Viterbo scrive: «Nel 1933 mi vidi improvvisamente nominato presidente del Consiglio d’amministrazione de “La Gazzetta del Mezzogiorno”, le cui scritture contabili stavano per essere depositate in Tribunale per dar corso alla procedura fallimentare; e in collaborazione con Giovanni Costantino e Felice Profilo riuscii a raddrizzare l’amministrazione del giornale, che divenne in rapido giro di tempo uno dei più attivi d’Italia ed eliminò tutti i debiti». Unico forse fra i presidenti delle amministrazioni di giornali italiani, Michele Viterbo non percepì alcuna indennità dalla “Gazzetta”.
Del 1934 e del 1937 sono l’opuscolo Il santo del lavoro (Don Giovanni Bosco) e il volumetto illustrato Bari e San Nicola nell´850 anniversario della traslazione della reliquia da Mira a Bari
.

 

Podestà di Bari: i problemi del tempo di guerra

Dall’aprile 1935 all’aprile 1943 Michele Viterbo ricopre la carica di podestà di Bari.17 «Egli ricevette le consegne», scrive Vito Antonio Melchiorre nella sua relazione dell’ aprile 1987 (vd. nota 8), «in un momente non felice per la vita del Comune, malgrado gli auspici trionfalistici dell’amministrazione di Crollalanza…».
«Quando infatti Viterbo prese le redini dell´azienda municipale, il bilancio tornava a registrare cifre in rosso: forte disavanzo, il più alto debito pubblico dal 1860, interessi da versare per mutui già contratti, difficoltà economiche anche per corrispondere gli stipendi ai dipendenti».

In effetti, quando Viterbo viene nominato, la situazione finanziaria del comune è oltremodo preoccupante: forte disavanzo, il più alto debito pubblico dal 1860, interessi da pagare per mutui già contratti, difficoltà economiche anche per corrispondere gli stipendi ai dipendenti.

Scrive Melchiorre: «con una serie di abili transazioni, di opportune trattative, di felici operazioni bancarie ma, soprattutto, di rigorose economie», Viterbo sin dall’esercizio 1937, inizia a invertire la tendenza e «offre alla città il meglio delle sue capacità di amministratore…». «Il lavoro che Viterbo riesce a svolgere nello spazio degli anni si presenta imponente» e Melchiorre fornisce l’elenco delle realizzazioni eseguite: Istituti scolastici (tra cui il liceo ginnasio Orazio Flacco), scuole materne, case popolari, nuovi quartieri, nuove strade, reti fognanti, ripresa dei lavori al Policlinico e allo stadio della Vittoria, pinete sdemanializzate e acquisite dal comune, giardini pubblici, nuovi mercati rionali, belvedere a ridosso del nuovo lungomare, riscatto dell’albergo delle Nazioni e della Chiesa russa, ecc.

Tutte queste cose, precisa Melchiorre, «inequivocabilmente traspaiono dagli atti deliberativi del podestà Viterbo, né la retorica patriottica e di regime dei mezzi di propaganda di allora potrebbe assolutamente scalfire la verità dei fatti, documentabili in molti modi e persino attraverso la testimonianza dei molti che videro».

Poi si giunge alla guerra. Bari città di frontiera, sforzo bellico e ripercussioni dannose, crisi dei trasporti urbani, inadeguatezza del porto e della stazione ferroviaria di fronte al traffico militare, mancanza di generi alimentari, ripetuti bombardamenti… ecc.

Scrive ancora Melchiorre: «Michele Viterbo, di fronte a tanta catastrofe… fronteggiò l’emergenza… prodigandosi sino al limite di ogni sacrificio personale, nel corso dell’intero conflitto, per alleviare i gravissimi disagi della popolazione specialmente nel campo dell’alimentazione». De Leo, nel Dizionario biografico Treccani, così commenta: «Pur operando tra ristrettezze e avversità, svolse l’incarico con forte spirito di iniziativa prestando particolare attenzione all´edilizia popolare, agli istituti scolastici e all´iter realizzativo dell´ospedale Policlinico». Identici giudizi sull’opera svolta da Michele Viterbo e identiche elencazioni di opere realizzate, aveva già fornito Mauro Spagnoletti in un suo articolo pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 14 aprile 1973, dal titolo Vita laboriosa e feconda di Michele Viterbo. Entrambi concludono che: Michele Viterbo va annoverato «tra i benemeriti costruttori della città di Bari e l’artefice della toponomastica della città nuova».

 

La fine del fascismo

«Fu proprio un articolo di storia sul ruolo svolto dall’Italia meridionale nell’area mediterranea in età medievale, scrive Nicola Coropulis, l’ultimo che Michele Viterbo firmò con il proprio nome sulla Gazzetta del Mezzogiorno: era il 23 luglio 1943. Di lì a poche ore una storica seduta del gran consiglio del fascismo avrebbe portato alla destituzione di Mussolini, aprendo il varco al crollo definitivo della dittatura. Travolto dalla caduta del regime cui sino in fondo era rimasto fedele, condannato al confino ma poi assolto in quanto «amministratore dalle mani nette», … Viterbo tornò a scrivere sulla “sua” Gazzetta nell’agosto del 1950».
Michele Viterbo, nelle sue “considerazioni”, così ricorda quanto avvenne:18 «Poi i tempi divennero duri e l’ora del “si salvi chi può”. Si salvarono le “facce toste” e i profittatori di ogni situazione. Si salvarono quelli che furono lesti a far “pollice verso” su tutto ciò che ieri ancora avevano esaltato. Io non fui di questa schiera, pur avendo sempre fatto riserve sul fascismo e pur avendone sempre rilevato le pecche che incidevano indubbiamente sulla coscienza e sul carattere degli italiani»… E più avanti, così continua: «Io conoscevo uno per uno i vecchi e veri antifascisti di Bari e provincia… Con tutti questi uomini di rettilinea fede ebbi sempre rapporti ispirati a sensi di reciproco rispetto… Poveri e scherniti antifascisti che quasi si contavano sulla punta delle dita tanto erano pochi! Come va che oggi gli antifascisti sono una fiumana, compresi ex deputati del regime, ex ispettori federali, ex “fedelissime camicie nere”?… E anche a me quasi nessun torto è venuto dai vecchi antifascisti… e invece tutti i torti mi son venuti da ex iscritti al partito di Mussolini, ora in affannosa ricerca di una nuova verginità politica…».

 

Agosto del 1950: Peucezio (*)

«Negli oltre 500 articoli, ricorda Coropulis che Michele Viterbo con lo pseudonimo Peucezio, scrisse per la Gazzetta dal 1950 al 1972 (e poi raccolti da Laterza in poderosi volumi dal significativo titolo di Gente del Sud) rivive per intero la storia della Puglia e dell’Italia meridionale, dagli albori della civiltà alle vicende post-unitarie…». «La particolare attenzione dedicata da Peucezio al ruolo del Sud nelle complesse vicende pre e post-risorgimentali e all’insorgenza della questione meridionale, non appena costituito lo Stato unitario, testimonia l’impegno di riscrivere la storia meridionale alla luce di un’interpretazione del Risorgimento «non come rivoluzione tradita, ma come lento e faticoso processo di rinnovamento in cui il contributo delle province meridionali non fu inferiore a quello delle regioni settentrionali».

Dal 1952 al 1960 il Nostro viene eletto consigliere provinciale nel Collegio di Castellana-Putignano-Noci. Fantasia, anch’egli nello stesso periodo nel Consiglio provinciale, lo ricorda come «lo storico del Consiglio…, tra i più presenti e i più assidui a stimolare e a promuovere iniziative».

Al primo biennio risalgono due opuscoli: Il turismo in provincia di Bari, edito a cura dell’EPT e ricavato da un suo intervento al Consiglio provinciale, e Attività dell’Amministrazione provinciale di Bari. Esame critico. Nel secondo quadriennio, pur sedendo sui banchi dell’opposizione quale indipendente di destra,19 «per il suo comportamento esemplare», scrive Fantasia, viene nominato componente del Consiglio dell’Unione delle province pugliesi e del Consiglio della Fiera del Levante.

È doveroso ricordare che Viterbo è il primo a portare in discussione in Consiglio provinciale i problemi del turismo e del potenziamento dell’Acquedotto Pugliese (molte località non sono ancora servite),20 e a iniziare e sostenere le trattative che si concluderanno con il passaggio alla Provincia della Biblioteca De Gemmis.

 

La Puglia e il suo Acquedotto

Tra le opere più note del secondo dopoguerra si cita La Puglia e il suo Acquedotto, Medaglia d’oro del “Premio Mezzogiorno” nel 1954 (Laterza 1954, 1991, 2010). Nella motivazione del riconoscimento si legge: «La Commissione segnala il contributo assai meritevole di Michele Viterbo che con il suo volume non soltanto ha scritto la storia della più grandiosa opera pubblica costruita per la rigenerazione economica e civile del Mezzogiorno, ma ha illuminato con il corredo delle ricerche laboriose e pazienti il lungo travaglio della regione pugliese per assurgere a più umane condizioni di vita sociale».

Anche l’Acquedotto Pugliese gli conferisce la Medaglia d’oro «per aver collaborato nel campo dell’ingegno alla realizzazione, al potenziamento e alla conoscenza dell’Acquedotto Pugliese».

Il volume merita un lusinghiero commento di Luigi Sturzo, che vuole conoscere personalmente l’Autore, con cui in passato aveva polemizzato attraverso la stampa a proposito dell’ordinamento regionale. L’ultima edizione del 2010 viene pubblicata per iniziativa dell’Assessorato ai Lavori Pubblici della Regione Puglia, con introduzione dell’assessore Fabiano Amati, anch’egli appassionato cultore del vitale problema dell’acqua.

 

I tre volumi di Gente del Sud

Di grande valore sono i tre volumi, editi sempre da Laterza, Gente del Sud (1959), Da Masaniello alla Carboneria (1962), con introduzione dello storico Raffaele Ciasca, e Il Sud e l’Unità (1966). I primi due volumi, nel dicembre 1964, sono premiati dall’Accademia Pontaniana di Napoli.

Nelle relazioni degli storici Nino Cortese, Gino Doria e Angela Valente vengono messi in risalto la validità delle opere, il grande amore dell’autore per la terra meridionale e la sua profonda conoscenza della storia del Sud. Luigi Sturzo esprime un giudizio favorevole e ritiene di aggiungere: «Da molti anni seguo con vivo interesse gli scritti che Viterbo pubblica…».

Il terzo volume, Il Sud e l’Unità, che completa la serie di Gente del Sud – titolo che nel 1959 era stato dato al solo primo volume, poi ribattezzato Antiche civiltà con l’edizione del 1987 – tratta il periodo storico a partire dal 1820-1821, sino all’indomani della prima guerra mondiale, con particolare attenzione al fenomeno del brigantaggio postunitario.

La critica giudica con ogni favore le tre opere, che sono recensite, tra gli altri, da autori del valore del Gabrieli, del Valsecchi e ancora del Ciasca e vengono segnalate in seduta pubblica, con parole di alto elogio, all’Accademia dei Lincei, da Luigi Salvatorelli. Questo giudizio è poi riportato nella sua recensione sulla Stampa  di Torino.

La trilogia è riproposta da Laterza nel 1987 con presentazione di Matteo Fantasia, quale presidente del Comitato di Bari dell’Istituto del Risorgimento succeduto a Viterbo, e introduzione di Aldo Vallone dal titolo Ricordo di Michele Viterbo.

Nel 2011 viene pubblicata una nuova edizione de Il Sud e l’Unità, con postfazione del governatore della Puglia Nichi Vendola. Con il “logo” dei 150 anni dell’Unità, l’opera rappresenta la Puglia alla mostra dei volumi celebrativi esposti nelle sale del Vittoriano e viene recensita prima, e poi presentata a Bari, presso la Libreria Laterza, dagli storici Vito Antonio Leuzzi e Giuseppe Poli, presidente, quest’ultimo, del Comitato di Bari dell’Istituto del Risorgimento. 

 

Monografie e opuscoli

Di seguito si elencano gran parte delle monografie e degli opuscoli pubblicati a partire dal 1953: Salvatore Cognetti-De Martiis; Giuseppe Capruzzi; Il trentennale dell’Università agli studi di Bari; Bari, in “Città d’Italia cent’anni fa”; Aragona Orsini del Balzo e Acquaviva d’Aragona nella contea di Conversano; Bari a Giandomenico Petroni (Viterbo detta anche la lapide apposta il 19 luglio 1968 sulla casa dello stesso Petroni); Giovanni Colella, un socialista d’altri tempi; Pasquale Cafaro nel ricordo di un vecchio amico; Un fratello di Garibaldi commerciante di olii a Bari; Castellana nella preistoria; Edmondo De Amicis e Matteo Renato Imbriani; Vito Nicola De Nicolò; Il carteggio di Giovanni Giolitti e il Mezzogiorno; Postilla a Bari e il Re Murat; Raffaele de Cesare: il giornalista, lo storiografo, il parlamentare. Luci ed ombre.

 

La Società di Storia Patria

Convinto assertore del contributo determinante, ma «ampiamente ignorato e sottovalutato», fornito dal Mezzogiorno alla causa dell’Unità d’Italia, Michele Viterbo è, in Puglia, tra i più anziani soci della Società di Storia Patria e ne riveste la carica di presidente dal 1927 al 1931 e dal 1939 al 1943. Più volte designato nei vari Consigli direttivi, viene nominato vicepresidente dal 1966 al 1973.21

 

L’Istituto del Risorgimento

Dal luglio 1954 sino alla fine, è presidente del Comitato di Bari dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.22

Sotto la sua guida si svolgono importanti manifestazioni, che portano in Puglia studiosi da ogni parte d’Italia, incoraggiando così le ricerche storiche sul periodo risorgimentale. Al Congresso nazionale tenutosi a Bari nell’ottobre 1958 con grande affluenza di storici e docenti, e alla contemporanea Mostra sull’età risorgimentale realizzata con l’Archivio di Stato di Bari, Michele Viterbo partecipa con il saggio Giuseppe Massari e la sua relazione sul brigantaggio e le province napoletane.

Tra gli ultimi convegni svolti dall’Istituto in campo nazionale si ricorda quello del 29-31 ottobre 1966, dal titolo Terra di Bari all’aurora del Risorgimento (1794-1799). Gli apprezzamenti manifestati, non soltanto nella relazione conclusiva, dal presidente nazionale dell’Istituto, lo storico Alberto M. Ghisalberti, bene esprimono il lusinghiero esito di quella rievocazione. Al ponderoso volume degli atti, edito da Laterza nel 1970, Michele Viterbo contribuisce con il saggio Il 1799 a Bari e in Puglia, che viene in seguito pubblicato anche separatamente, sempre da Laterza.

Nell’arco della sua vita Michele Viterbo, conferenziere dotto ed elegante, ha cooperato con oltre novanta testate (quotidiani, settimanali, riviste) e ha pubblicato oltre settanta tra volumi e opuscoli.

Muore a Bari il 13 aprile 1973.

 

Biblioteca, archivio, emeroteca, scritti inediti

Due anni dopo, per sua volontà, la maggior parte della sua biblioteca, oltre settemila tra volumi e opuscoli (vd. Catalogo), viene donata al Comune di Castellana Grotte. Altre donazioni librarie sono state eseguite nel 2014 a favore della Biblioteca Nazionale (circa cinquecento) e dell’Archivio di Stato di Bari (circa ottocento). A quest’ultima Istituzione è stato anche destinato il prezioso archivio privato di Michele Viterbo, dichiarato nel 1990 di “notevole interesse storico” dalla Soprintendenza Archivistica della Puglia. Ulteriore documentazione (giornali e volumi) è custodita, sempre a Bari, presso la Teca del Mediterraneo – Biblioteca del Consiglio Regionale della Puglia.

Nel 1987 sono stati pubblicati dalla figlia dell’Autore, Silvia, tre volumi inediti, interpretati dalla stessa con metodo e rigore scientifico, dal titolo Castellana, la Contea di Conversano e l’Abazia di San Benedetto che partono dalla preistoria e giungono alla fine del Seicento. I tre volumi sono stati presentati a Castellana dallo storico del diritto romano  Francesco M. de’ Robertis, che firma anche l’Introduzione, e da Aldo Vallone.

Chi sottoscrive la presente relazione ha curato la pubblicazione di altri due volumi inediti di Michele Viterbo. Dagli ultimi re borbonici alla caduta del fascismo, nel 2006, è stato presentato prima a Castellana da Pietro Mezzapesa, Augusto dell’Erba e Donato Dino Viterbo, e poi a Bari, presso la Teca del Mediterraneo, da Vito Antonio Leuzzi e Marco Brando. Nel 2014 è stata la volta del Diario 1943-1945, presentato a Bari presso la Libreria Laterza, dal direttore della Gazzetta del Mezzogiorno Giuseppe De Tomaso e da Eugenia Vantaggiato, direttrice dell’Archivio di Stato di Bari. La seconda edizione del Diario è stata resa disponibile ai lettori di questo sito, a partire dal settembre 2020 con il titolo completo che l’Autore gli aveva dato: Diario di un italiano che non va d’accordo con nessuno

 

Note bibliografiche

[1] L’esordio in prima pagina ad appena 16 anni è ricordato da Nicola Coropulis: “Peucezio, sul «filo rosso» della storia da quando non aveva l’età”, in La Gazzetta del Mezzogiorno, 1887-1987 (Supplemento a La Gazzetta del Mezzogiorno), EDISUD, Bari 1977, p. 167-171.

[2] In un articolo del 18 aprile 1957 dal titolo Donna Matilde (Matilde Serao), a firma Peucezio, Michele Viterbo ricorda un viaggio fatto a Napoli nel 1909, con Alfredo Violante, allo scopo di sondare l’ambiente intellettuale partenopeo sulla possibilità, allora lontana, di far sorgere anche a Bari l’Università.

[3] Michele Viterbo è un esperto in materia. Pubblica, a partire dal 1908, numerosi articoli su temi didattici in cui contesta sia come è riportata a danno del Mezzogiorno la storia d’Italia nei testi scolastici, sia i favoritismi economici concessi dallo Stato alle sole scuole del Nord. Il Nostro insegna per qualche anno, partecipa a convegni e dibattiti, fonda e dirige il Patronato scolastico di Castellana, istituendo per gli alunni bisognosi la refezione scolastica, la distribuzione gratuita di libri, vestiario e scarpe, facendo così aumentare il numero dei frequentanti. Nel 1920 consegue l’abilitazione a direttore didattico; nel 1921 risulta primo eletto tra i componenti del Consiglio provinciale scolastico. Fa parte del primo Consiglio regionale scolastico della Puglia (1920-1928) ed è presidente della Federazione provinciale dei patronati scolastici. Nel marzo 1923 viene insignito dal Ministero della Pubblica Istruzione della Medaglia d’argento «per non comuni e gratuite prestazioni a vantaggio dell’istruzione elementare e popolare». Dal 1917 al 1931 è nominato, sempre dal Ministero della Pubblica Istruzione, ispettore onorario dei monumenti nei mandamenti di Castellana, Turi, Locorotondo, Putignano e Rutigliano.

[4] Prima di quella data, Michele Viterbo ha scritto: sul Giornale d’Italia del 19 marzo 1912 “La scuola e il Mezzogiorno. A proposito di una conferenza di Salvemini”; su l’Italia Meridionale del 24 marzo 1912 “I maestri, il professore Salvemini e la Legge Daneo-Credaro”. Due articoli, commenta Pasquale Minervini, con i quali Michele Viterbo, «pur polemizzando, fu tra i pochi insegnanti che si schierarono a favore della tesi di Salvemini».

[5] Le lettere di Gaetano Salvemini a Michele Viterbo sono state pubblicate, anche con qualche commento, in Gaetano Salvemini. Corrispondenze Pugliesi – Collana Salveminiana (a cura di Pasquale Minervini). Ed. Mezzina, Molfetta 1989. Mancano nel volume due lettere rimaste inedite, e di cui non si conoscono le date, rinvenute dopo la pubblicazione delle Corrispondenze e consegnate all’Archivio di Stato di Bari nel gennaio 2014 insieme agli originali delle altre lettere già pubblicate.

[6] L’articolo (non firmato) è stato pubblicato sulla Gazzetta del Mezzogiorno il 7 settembre 1957 con il titolo “Gaetano Salvemini è morto”.

[7] A firma Michele Viterbo sono stati in quegli anni pubblicati su la Democrazia pugliese del 28 gennaio 1912 “I discorsi di Fortunato sul Mezzogiorno”; sul Giornale d’Italia del 30 agosto 1917 “Suffragio universale e scrutinio di lista. Una lettera del sen. Fortunato”; sul Giornale delle Puglie del 17-18 maggio 1920 “Il Mezzogiorno reclama la riforma tributaria. Recensione al volume di Fortunato dal titolo «Questione meridionale e riforma tributaria»”.

[8] Le Relazioni sono state presentate nell’aprile 1987 in occasione della ristampa della trilogia Gente del Sud, al convegno organizzato dal Comitato di Bari dell’Istituto per la Storia del Risorgimento, di cui Michele Viterbo è stato presidente per quasi 20 anni, e pubblicati in volume nel febbraio 1988 con il titolo La rivalutazione del Risorgimento pugliese e meridionale attraverso l’opera di Michele Viterbo, Atti del seminario di studi 13 e 14 aprile 1987, Levante Ed. Bari. Ernesto Bosna, L’opera di Michele Viterbo a favore della cultura popolare in Puglia; Raffaele Colapietra, La Camera di Commercio Italo-Orientale dall’istituzione al 1943; Francesco M. de’ Robertis, La storia della Puglia antica nella suggestiva rappresentazione di Michele Viterbo; Matteo Fantasia, Michele Viterbo amministratore della Provincia di Bari; Vito Antonio Melchiorre, Il Comune di Bari e l’Amministrazione Viterbo 1935- 1943; Tommaso Pedio, Il Sud e la Puglia nell’età moderna: da Masaniello alla Carboneria; Mario Spagnoletti, Michele Viterbo e i movimenti politici pugliesi alla vigilia della Prima Guerra Mondiale; Mauro Spagnoletti, Puglia e Mezzogiorno nell’età del Risorgimento; Aldo Vallone, Michele Viterbo attraverso le lettere inedite di G. Salvemini e G. Fortunato; Donato Dino Viterbo, L’opera di Michele Viterbo: aspetti geografici.

[9]Mio padre”, in La Gazzetta del Mezzogiorno 28 maggio 1957.

[10] “La breve storia di mio fratello Oronzino”, in Humanitas 2 dicembre 1917 .

[11] L’Ente pugliese di coltura popolare. Tre anni di lavoro e di battaglie. 1923-1926, Società Editrice Tipografica, Bari 1927; Programmi d’insegnamento per corsi serali per maestranze, Società Editrice Tipografica, Bari 1932.

[12] Alberto Margherita nell’estratto da Il Meridionale di Brindisi dell’11 giugno 1966 ed. Ciccolella, Bari, dal titolo Michele Viterbo (Peucezio), così scrive: «In quegli anni sorsero in Puglia e Lucania 70 corsi per maestranze operaie ed artigiane, 60 scuole materne rurali, 500 scuole diurne rurali e 800 serali. In talune di queste zone la lotta contro l’analfabetismo fu condotta con attività così proficua da parte dell’Ente Pugliese che la percentuale degli analfabeti scese nelle campagne più che nelle città».

[13] La cerimonia della consegna delle onoreficenze si svolge nel marzo 1928.

[14] I mercati d’Oriente nei loro scambi col Mezzogiorno d’Italia, in “Quaderni della Camera di Commercio italo-orientale”, n. 1, Società Editrice Tipografica, Bari 1925; La produzione e il commercio degli olii nei paesi orientali e in Italia, in “Quaderni della Camera di Commercio italo-orientale”, n. 2, Società Editrice Tipografica, Bari 1926; Il commercio oleario con i paesi dell’Oriente, Relazione per l’VIII Congresso internazionale di olivicoltura, Società Editrice Tipografica, Bari 1926; I mercati europei del Nord-Est e la nostra esportazione di frutta ed ortaggi, in “La Gazzetta di Puglia”, 15 aprile 1927; Il mercato turco e le nuove possibilità per il commercio italiano, F.lli Laterza & Polo, Bari 1929; Il mercato russo e l’Italia, Relazione di Michele Viterbo al Congresso tenutosi a Roma il 9 luglio 1931 presso la Confederazione Nazionale del Commercio; Il mercato russo e l’Italia in uno studio della Camera di Commercio Italo-Orientale, in “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 22 agosto 1931; Politica Orientale, in “Bollettino di informazioni della Camera di Commercio Italo-Orientale”, 14 settembre 1932; Bari e l’espansione in Oriente, Relazione del Presidente della Camera di Commercio Italo-Orientale all’Assemblea Generale dei Soci, Bari, 21 settembre 1940.

[15] L’Amministrazione provinciale di Bari dal settembre 1927 all’aprile 1929, con una relazione del Preside Michele Viterbo, Società Editrice Tipografica, Bari 1929; Amministrazione Provinciale di Bari, Relazione del Preside e discussioni del Rettorato sul Bilancio 1931-IX, Scuola Tipografica dell’Istituto Provinciale “Apicella”, Molfetta 1931.

[16] La versione ufficiale delle “dimissioni” (p. 419-423 del Diario), riportata anche dai giornali del tempo, è una farsa. A p. 59 e 60, sempre del Diario, è indicato il vero motivo del contendere: il “progetto Tramonte” per l’irrigazione della Puglia, che Viterbo, reo di «aver realizzato troppo e di non essere disponibile a fermar[si] sulla strada intrapresa», voleva eseguire… «Avrebbe dato, commenta il Nostro, ancora vita, ricchezza e prosperità alle popolazioni pugliesi e non è stato mai preso in considerazione, nel tempo stesso in cui si spendevano milioni su milioni per opere di abbellimento».

[17] Comune di Bari, Relazione del Podestà alla prima adunanza della Consulta municipale, 18 aprile 1937-XV, Tipografia Cressati, Bari 1937; Comune di Bari, Relazione del Podestà alla Consulta municipale sull’opera svolta dal 1935-XIII al 1943-XXI, G. Pansini, Bari-Andria 1943.

[18] Questi brani sono tratti dalle p. 307 ss. del volume Dagli ultimi re borbonici alla caduta del fascismo. Altri riferimenti si possono trovare nel Diario (es. p. 63 e 263).

[19] «Una scelta discutibile, rileva Marco Lanera, ma quasi fatale per uno cui l’ottusa e interessata settarietà di molti aveva lasciato ben poco margine di scelta».

[20] Michele Viterbo sta per pubblicare la storia dell’Acquedotto e ben conosce le tante difficoltà che sono state affrontate per far giungere l’acqua nei paesi della Puglia. Nel 1922 è a capo dei Comitati di agitazione di Castellana, Conversano, Polignano e Monopoli e accanito oppositore dell’incapace presidenza del tempo che, con articoli di stampa e pubblici comizi, concorre a far sostituire nel marzo 1923. La mattina del 27 luglio dell’anno successivo, con un tripudio di folla, viene finalmente inaugurata la prima fontanina pubblica a Castellana (vd. p. 181 ss., Dagli ultimi re borbonici alla caduta del fascismo).

[21] Vd. Michele Viterbo Gli appassionati esploratori delle nostre vicende storiche, in “L’istruzione a Bari”, Favia Ed., Bari 1968, p. 103 ss. Anche Che cosa fece il Sud per l´Italia unita, p. 112 ss.

[22] Per un’esauriente conoscenza della vita dell’Istituto a Bari, si rimanda a La nascita dell’Istituto del Risorgimento di Bari ed il rilancio degli studi sulla Puglia e sul Mezzogiorno. L’opera di Alberto Maria Ghisalberti e di Michele Viterbo di Vito Antonio Leuzzi, in “Risorgimento e Mezzogiorno”, n. 37/38, dicembre 2008, Levante Ed.

 

Molti degli argomenti citati in questa relazione sono stati illustrati dallo stesso Autore nel volume Dagli ultimi re borbonici alla caduta del fascismo.

 

Nicola Viterbo.

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