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Ente Pugliese di Cultura

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«Alla fine del 1923 (vd. p. 98-99 del Diario), scrive Mauro Spagnoletti nel suo articolo del 14 aprile 1973[2] Michele Viterbo – «prodigandosi per assicurare ai giovani una qualificazione, alle più sperdute plaghe della regione le scuole rurali e materne, agli analfabeti adulti l’istruzione, alle maestranze operaie ed artigiane tutte le varie forme delle capacità espressive» – fonda l’Ente Pugliese di cultura popolare e di educazione professionale, che dirigerà sino al 1943 (vd.  p. 197-198 e 250 del Diario)[3].

[2] Il medesimo articolo di Spagnoletti è riportato, con due titoli differenti: La morte di Michele Viterbo battagliero storico di Puglia (Gazzetta del Mezzogiorno del 14 aprile 1973) e Vita laboriosa e feconda di Michele Viterbo (opuscolo  In  Ricordo  e  in  onore  di  Michele  Viterbo,  a  cura dell’Istituto del Risorgimento di Bari).

[3] L’Ente Pugliese di cultura popolare. Tre anni di lavoro e di battaglie. 1923-1926, Società Editrice Tipografica, Bari 1927;  Programmi d’insegnamento per corsi serali per maestranze, Società Editrice Tipografica, Bari 1932.

Sono disponibili altre fonti documentarie. 

L’Ente, «deputato a portare fra le masse quell’istruzione che le “cosiddette classi dirigenti” negavano loro, chiarisce Coropulis, realizza soprattutto nelle zone  ancora infestate dalla malaria o nelle campagne più disagiate e lontane dai centri abitati della Puglia e della Basilicata – regioni sprovviste di opere educative  più di mille scuole rurali (diurne, serali, materne, professionali ecc.) per i figli dei contadini, contadini adulti, artigiani e operai privi di qualsiasi genere di istruzione. Le scuole, soprattutto per motivi economici, vengono in minima parte edificate [vd. p. 272-273 in Dagli ultimi re borbonici…, vd. anche il “Progetto tipo” pubblicato a p. 4 de La Gazzetta del Mezzogiorno del 4 maggio 1928] e, per lo più, ricavate, adattate e distribuite «in masserie, capanne di pastori, cappelle rurali e ovunque fosse possibile radunare i ragazzi […]». Queste scuole rurali sono chiamate “provvisorie”.

«Le scuole furono spesso visitate da medici e in quasi tutte si provvide alla refezione calda quotidiana, oltre che alla distribuzione di indumenti e scarpe […].

Ovunque vi fosse una popolazione sparsa giunse l’opera dell’Ente Pugliese di cultura», rileva Ernesto Bosna – storico della pedagogia e docente scrupoloso di Storia della Scuola e delle Istituzioni Educative presso l’Università di Bari, purtroppo prematuramente scomparso nel 2010 – nella sua relazione dell’aprile 1987 dal titolo L’opera di Michele Viterbo in favore della cultura popolare in Puglia . «Ma, precisa Bosna, non era soltanto della istruzione che avevano bisogno questi bambini, spesso allevati allo stato selvatico… i problemi non erano soltanto educativi, […] ma igienici, sanitari, assistenziali, economici, per cui la scuola fu concepita da Michele Viterbo come un piccolo centro di attività varie il cui benefico effetto doveva giungere anche agli adulti, i quali nelle ore serali si sostituivano nei banchi ai bambini».

«Ma un tale impegno, è sempre Bosna che scrive, non era giudicato ancora esaustivo delle necessità, per cui Michele Viterbo si propose di andare ancora oltre e pensò a corsi di cultura turistica […], a scuole di canto corale, di meccanica, di disegno ornato, di lavorazione degli arazzi, per motoristi, per trivellatori per la piccola irrigazione, di lavorazione del marmo, di taglio e cucito, di intaglio e ancora: di ricamo, di decorazione, di maglieria, per la lavorazione della cartapesta, investendo ormai tutta la regione da Apricena a Gallipoli, da Crispiano a Minervino con attività sempre crescente che neanche i tanto onerosi gravami amministrativi, che nel frattempo andava assumendo, fecero rallentare; anzi, al contrario, proprio le importanti cariche amministrative che ricoperse gli permisero di essere ancora più incisivo nella sua opera di promozione della cultura popolare e di impulso della economia pugliese».

Per avere un’idea di quanto si fece in quel periodo, è opportuno consultare la preziosa selezione di foto d’epoca, disponibili nell’archivio digitale, per iniziativa del dott. Stefano Di Tano (di Fasano).

Il giornalista Alberto Margherita nell’estratto da Il Meridionale di Brindisi dell’11 giugno 1966 ed. Ciccolella, Bari, dal titolo Michele Viterbo (Peucezio), così scrive: «In quegli anni sorsero in Puglia e Lucania 70 corsi per maestranze operaie ed artigiane, 60 scuole materne rurali, 500 scuole diurne rurali e 800 serali. In talune di queste zone la lotta contro l’analfabetismo fu condotta con attività così proficua da parte dell’Ente Pugliese che la percentuale degli analfabeti scese nelle campagne più che nelle città».

«Si trattò, scrive Matteo Fantasia, dello strumento più qualificato per la lotta all’analfabetismo e per la formazione artigianale capillarmente diffusa nei comuni, nelle frazioni e nelle campagne. Il Ministro dell’Educazione Nazionale (questo era allora il nome del Ministero della Pubblica Istruzione) ne riconobbe i meriti, e nel marzo 1927, conferì a Viterbo la Medaglia d’Oro per gli eminenti servigi da lui resi alla causa dell’educazione del popolo creando e incrementando l’Ente pugliese di cultura».

Lo stesso Ente Pugliese viene gratificato con la Stella d’Oro al merito della Scuola  e,  scrive Spagnoletti, «per le sue imponenti realizzazioni […] fu tra i più benemeriti dell’educazione popolare in Italia».

Quaranta anni più tardi, nel giugno 1966, Michele Viterbo viene ancora premiato con Medaglia d’Oro, sempre dal ministero della pubblica istruzione, quale «Benemerito della scuola, della cultura e dell’arte».

Al termine della sua esperienza, il Nostro, in Dagli ultimi re borbonici… (vd. p. 213 e 214), così riassume il lavoro svolto: «Nel complesso le scuole rurali e serali, gli asili d’infanzia rurali, i corsi per maestranze e le scuole artieri, fondati dall’Ente nel corso di venti anni, hanno costituito un innegabile apporto alla educazione del proletariato pugliese e lucano. Quello è stato il contributo che, con l’ausilio di competenti collaboratori, io ho potuto dare al problema di migliaia e migliaia di alunni che si sono avvicendati nel tempo frequentando le “scolette” dell’Ente Pugliese di cultura».

Così scrive Angelo Dolce nel suo volume “L’Ente Pugliese di Cultura, un’Istituzione Meridionale”, nel capitolo “Le dimissioni di Viterbo”: «Michele Viterbo il “pioniere” colui che aveva voluto l’Ente e che per venti anni lo aveva diretto con mano sicura, nel dicembre del 1943, chiese di essere collocato in aspettativa sino a quando non fosse stata chiarita la sua posizione di amministratore pubblico durante il periodo fascista. Prese questa decisione per la preoccupazione che la sua presenza potesse essere pregiudizievole per la vita e lo sviluppo dell’Ente».

Lo stesso Michele Viterbo così descrive, a pag. 197 e 198 del Diario, l’incontro avuto con il Maresciallo Badoglio e con il Ministro della Cultura Prof. Giovanni Cuomo a Cava dei Tirreni il 24 marzo 1944: «Gli parlo dell’Ente Pugliese di Cultura e lo prego di non lasciarlo morire. Si consideri a parte la mia posizione personale, ma non si faccia finire l’Ente che ha creato in Puglia e Lucania tante scuole e tanti corsi per lavoratori. Il Ministro […] mi assicura che l’Ente sarà ancora sovvenzionato dal suo ministero e potrà quindi continuare a svolgere l’opera sua. A proposito della mia autosospensione dall’Ente Pugliese, da me attuata per la caduta del fascismo e della quale Cuomo è evidentemente al corrente, dice, rivolgendosi a Badoglio: Ignoro se vi siano stati altri casi di persone che abbiano agito nello stesso modo».

Non ritengo opportuno soffermarmi in questa sede sui comportamenti vendicativi delle gerarchie dirigenziali dell’Ente, bensì richiamare l’attenzione sui voluti criteri omissivi a proposito dell’opera determinante svolta da Michele Viterbo per la diffusione della cultura nei ceti meno abbienti della Puglia e della Basilicata.

Un esempio tra gli ultimi: nel 1973, appena dopo la scomparsa di Michele Viterbo (13 aprile), l’Ente Pugliese fece diffondere dalla Gazzetta del Mezzogiorno, su mezzo foglio di giornale, un articolo che illustrava la storia dell’Ente senza mai nominare chi ne era stato non soltanto l’artefice nel 1923, ma anche il direttore generale da quella data al 1943.

Il 18 maggio successivo veniva pubblicata, sempre da La Gazzetta, una significativa precisazione redazionale, che così introduceva la replica a quanto non si era voluto riconoscere: «Il prof. Salvatore Paolantonio, che fu per molti anni dirigente dell’Ente pugliese per la cultura popolare e di educazione professionale, ci ha inviato da Bologna, ove ora risiede, questa nota per ricordare il prof. Michele Viterbo, del quale fu strettissimo e devoto collaboratore dal 1923 al 1944. La nota si riferisce appunto all’Ente di Cultura che poté sorgere ed affermarsi nella nostra regione grazie all’opera appassionata, intelligente e lungimirante del prof. Viterbo».

Fin qui la precisazione redazionale de La Gazzetta, seguita dalla precisa replica del prof. Salvatore Paolantonio dal titolo L’Ente Pugliese di cultura, mezzo secolo di sacrifici e di conquiste, che ristabiliva le verità tenute nascoste e terminava con queste parole: «Posso quindi affermare con piena coscienza che tutto ciò che è stato realizzato nel periodo 1923-1944 è dovuto solo alla vigile ed appassionata azione del direttore generale del tempo, prof. Michele Viterbo».

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